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Elda Andriola

Psicologa e psicoterapeuta cognitivo comportamentale, specializzata nel trattamento dei problemi dell'età evolutiva. Insegna la valutazione diagnostica e gli strumenti di assessment in età evolutiva nel Master di Psicodiagnosi presso il Policlinico Universitario Agostino Gemelli in Roma.

Aiutare i bambini insicuri

Elda Andriola

È esperienza comune di molti genitori osservare nel proprio bambino comportamenti di insicurezza e timidezza. Il bambino risulta cauto, facilmente impressionabile, pauroso, con molte richieste di vicinanza fisica e rassicurazioni: alcune mamme dicono “mi segue come un ombra” oppure “non posso lasciarlo solo neanche un attimo”. Questi bambini non amano la novità, preferiscono le routine, i copioni che si ripetono, d’altronde come tutti i bambini, ma in modo più intenso rispetto agli altri. Sono timidi quando incontrano altri bambini e anche nelle situazioni sportive o scolastiche, cioè di fronte ad un compito, è più facile che partano scoraggiati, dicendo “non lo so fare” oppure “fallo tu”.  

Sappiamo che un 10-15% dei bambini nasce già con queste caratteristiche (timidezza, insicurezza, preoccupazione, ansia), che pertanto devono essere considerate “frutto del patrimonio genetico”, al pari del colore dei capelli o dell’altezza.

Alcuni genitori sono preoccupati di fronte all’espressione di tali caratteristiche, perché le associano ad una “carenza di autostima” o “poca sicurezza in sé”.

Come aiutare, dunque, i propri bambini ad essere più forti di fronte alla situazioni e ai problemi e più fiduciosi in se stessi?

Innanzitutto, gli studi sul temperamento e sulla personalità ci dicono che un bambino timido difficilmente si trasformerà in un ragazzo impulsivo e che la cautela verso il nuovo e verso l’incerto in alcun modo può essere sostituita dalla ricerca della novità e del rischio. Questa consapevolezza è il primo passo verso una sana e fruttuosa “accettazione” del bambino per quegli aspetti della sua personalità che sono unici, immodificabili, e che possono al contempo produrre comportamenti estremamente adattivi: bambini cauti, timidi, introversi, sono infatti molto sensibili, attenti alle esigenze degli altri, riflessivi, capaci di cogliere un problema prima che sia irreparabile, attenti a non esporsi a situazioni pericolose.

Un adulto, partendo dalla conoscenza e accettazione del proprio bambino, può al contempo aiutarlo  a sentirsi più sicuro, più capace: come? 

I bambini sicuri sono capaci di scegliere: sanno cioè, di fronte a due opzioni, scegliere quella più conveniente. Non temono oltre misura di sbagliare: potremmo dire che anche se sbagliassero non lo vivrebbero come un enorme fallimento personale.

Questo ci porta a due obbiettivi importanti, ovvero due lezioni da insegnare ad un bambino:

Lezione numero 1: sei capace di scegliere, dunque fallo. 

Non esistono bambini che non sanno scegliere ed assumersi delle responsabilità: esistono bambini che non sono stati abituati a scegliere. La scelta per un bambino prescolare può essere “che tipo di pasta mangio oggi?” oppure “oggi metto il pantalone o la tuta?”. Se pensate che il vostro bambino scelga cose assurde o improbabili date voi due o tre opzioni o selezionate a monte, ad esempio quali indumenti avrà nell’armadio, eliminando quelli per voi non accettabili. Per un bambino più grande scegliere potrebbe significare amministrare un piccolo risparmio e decidere come investirlo, scegliere un’attività sportiva, o scegliere come trascorrere qualche ora nel fine settimana e con chi.

Perché è difficile far scegliere i nostri bambini?

Ecco un elenco di “pensieri dolenti” che ostacolano questo comportamento:

Mio figlio non è in grado di scegliere

Mio figlio sceglierebbe sempre la cosa sbagliata

Se lasciassi decidere mio figlio anche su una piccola cosa, lui prenderebbe il soppravvento e arriveremmo all’anarchia

Lasciare decidere mio figlio equivale a perdere il mio ruolo genitoriale

I bambini non devono scegliere ma obbedire agli adulti perché sono più grandi e più ragionevoli.

Se chiedessi a mio figlio cosa vuole fare o qual è la cosa migliore per lui, poi sarei costretto a dire di si a qualunque cosa lui dica o chieda.

Chiamiamo questi “pensieri dolenti” perché in ultima analisi non producono realisticamente gli effetti negativi temuti e perché quindi non sono una rappresentazione attendibile della realtà. Riflettono invece la nostra preoccupazione di perdere il controllo e di essere sopraffatti nel nostro ruolo.

Lezione numero 2: sbagliare non fa paura. 

Molti di noi non hanno un rapporto sereno con i propri errori: nel senso che non accettano di sbagliare. Anche in questo caso i pensieri “giocano dei brutti scherzi”, poiché la mente crea un legame (inappropriato) tra il nostro sbaglio e il valore globale di noi stessi, oppure tra il nostro sbaglio e il giudizio negativo degli altri, o infine tra il nostro sbaglio e l’essere amati. In ultima analisi, il genitore che vive in questo modo un errore, avrà molta paura di scegliere, lo farà con estrema cautela, poiché dal successo nella scelta dipenderà il suo valore come persona (“se non sbaglio sono okay”), il rapporto con gli altri (“Se sono bravo allora sono accettato”) o la possibilità di ricevere amore (“ Se faccio tutto perfettamente guadagnerò l’amore delle altre persone”).

E quando sarà il proprio figlio a sbagliare? Inaccettabile caricare un esserino piccolo e indifeso di tali nefaste conseguenze! A questo punto una mamma e un papà potranno sostituirsi al bambino per garantirsi il risultato migliore, oppure aiutarlo e supportarlo anche quando le circostanze o l’età richiederebbero uno sforzo individuale. 

I bambini, dal canto loro, certo non sono in contatto con i pensieri e le preoccupazioni del genitore: semplicemente “osservano” come il genitore si comporta con loro e “vedono” un genitore che non li lascia mai da soli, che fornisce aiuto sempre anche per piccole cose, che è prodigo di consigli e inviti del tipo “lo faccio io per te?”, “lo facciamo insieme?”.

Questi atteggiamenti degli adulti costruiscono il concetto di sé del bambino, come a dire “Così stanno le cose”:

se mamma non mi lascia mai solo vuol dire che è pericoloso stare da solo

se papà mi aiuta sempre a fare i compiti, allora vuol dire che non sono capace a farli da solo

quando mamma mi vede fare qualcosa da solo è sempre agitata: qual è il pericolo che corro?

Questi pensieri inevitabilmente produrranno comportamenti di richiesta di aiuto, di rassicurazioni e di vicinanza e i genitori quindi saranno condotti a incrementare sempre di più il supporto e l’assistenzialismo, giungendo alla conclusione:  “Io lo avevo detto: poverino, da solo non ce la fa!”

Si crea così un circolo vizioso che può essere spezzato solo partendo dalle idee che il genitore ha del bambino: più lo “terrà nella sua mente” come capace, abbastanza forte da tollerare qualche errore e qualche sconfitta, più attraverso il linguaggio e attraverso i gesti rafforzerà nel bambino la sicurezza nelle proprie capacità.

 


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