A cura di:

Franco Nanni

Franco Nanni

Psicologo e sociologo, psicoterapeuta ACT, fondatore e presidente dell’Associazione SOS Crescere, ha una vasta esperienza nel campo dell’aiuto alla genitorialità e alla età evolutiva, integrando e implementando modelli innovativi basati sull’Acceptance and Commitment Therapy (ACT).

Mia figlia si taglia (cutting)

Franco Nanni

Il cutting è una diffusa fatica adolescenziale che consiste nel praticarsi dei tagli superficiali sulla pelle utilizzando di solito una lametta estratta da un temperamatite. I tagli hanno di norma l’aspetto di graffi dai quali affiora qua e là qualche minimo quantitativo di sangue. Le parti del corpo più spesso fatte bersaglio di questa pratica sono le braccia, ma qualunque altra superficie del corpo può esserlo altrettanto, e talvolta la scelta di zone meno visibili viene attuata proprio per non farsi facilmente scoprire. Ritieni di aver scoperto che tua figlia (o tuo figlio) adolescente “si taglia” ovvero pratica il cutting? Se è così, prosegui la lettura, troverai diversi consigli e informazioni essenziali per rischiare a muoverti in questa situazione. D’ora in poi userò il femminile come genere onnicomprensivo, in virtù del fatto che il cutting è praticato circa al 90% da ragazze.

Assorbire l’onda emotiva

Immagino sia successo anche a te: un’onda violenta di emozioni ti ha investito, sommergendoti di un groviglio di paura, sconcerto, rabbia, dubbi, angoscia… per dire solo delle più comuni. Come potrebbe non essere? L’hai tenuta in braccio da neonata, l’hai nutrita, consolata, sapevi tutto di lei e ora? È difficile per tutti, davvero. Se ci ripensi, l’onda torna a montare, magari spingendoti ad agire subito in qualche modo, pur di allentare la tensione. Andare da lei, gridare, fargliela vedere… Non ti muovere, ti prego, resta in contatto con questo groviglio di emozioni, poni attenzione al tuo respiro e al tuo corpo. Cerca di sentire pienamente la tua posizione, il peso che poggia sul terreno, sulla sedia, sullo schienale, e senti bene il tuo respiro al centro del corpo. Forse puoi sentire anche il battito del tuo cuore. Sei invasa da un fiume in piena, e allora cerca di fare spazio a questa piena, di contenerla tutta anziché provocare una alluvione, compiendo azioni di cui potresti poi pentirti. Forse è proprio sotto l’urto di emozioni del genere che tua figlia ha scoperto il cutting, ma è presto per dirlo con certezza. Intanto comincia così, facendo spazio dentro di te allo sconforto per questa scoperta, e notando quello che ti accade interiormente, quale tipo di sforzo ti richiede… tra poco questo sforzo ti sarà utile.

Qualunque cosa tu abbia pensato… non agire subito!

Se hai appreso da altri del cutting, e tua figlia non sa che tu sai, occorre moltissimo tatto prima di affrontare l’argomento! Continua a leggere fino alla fine prima di agire.

Se invece c’è già stato un confronto tra voi, e suppongo che non sia stato risolutivo né soddisfacente, se stai leggendo queste righe, non tornare all'attacco e lascia sedimentare comunque la cosa prima di cercare di nuovo di parlare con lei.

Perché?

Te lo sarai chiesto anche tu, come tutti coloro a cui capita di vivere situazioni come questa. Forse lo hai già domandato anche a tua figlia, o vorresti farlo al più presto. È normale, tuttavia ti prego di proseguire ancora la lettura: anche se qui non troverai la risposta, ti occorre sapere per prima cosa dove e come cercarla. Forse hai già provato, o forse no, ma comunque dovrebbe esser chiaro che chiederlo a lei con una domanda diretta generalmente non funziona.

Quasi tutti i cutters abituali diventano tali cercando di venire a capo di un qualche dolore mentale che può avere mille ragioni, inclusa… nessuna ragione in particolare. Scoprono che il dolore dei tagli sposta la mente dal dolore emotivo, fornendo una sorta di sollievo. Escludendo quelli che provano solo qualche volta per emulazione o curiosità, potremmo dire che la ragione del cutting è una sola, liberarsi almeno un poco da un altro dolore non fisico, ma mentale. Ora dovrebbe apparire chiaro che la ragione del cutting non è così speciale, e che quello che conta è scoprire come mai quell’altro dolore è così intollerabile. Alle volte nemmeno chi si taglia riesce a scoprirlo facilmente e sa solo di sentirsi male. Le cose sono forse un poco più semplici quando la causa del male è abbastanza riconoscibile. In tutti i casi, la soluzione passa per la scoperta che è possibile vivere quel dolore, anziché scacciarlo con i tagli. Ma ci si arriva pian piano.

Parlare del dolore

Se vuoi essere di aiuto a tua figlia, puoi partire da qui: dalla capacità di contenere il dolore mentale. Ogni volta che vorresti gridarle il tuo male, la tua rabbia per il suo tagliarsi, torna al primo punto di questo articolo, “assorbire l’onda”, respira e prendi tempo, fai spazio dentro di te. Se saprai farlo tu, forse potrai fare qualcosa anche per lei.

Se questo primo passo ti sembra compiuto, puoi provare a passare al secondo: riuscire a parlare con lei del dolore di cui cerca di liberarsi con i tagli. Non sottovalutare la cosa: già il fatto di poterne parlare, di “sdoganare” l’argomento, è tanto, e per nulla scontato. Sfortunatamente dialogare su questo tema con un genitore non è una cura infallibile né indispensabile, e qualora tua figlia non sia proprio in grado di aprire questo dialogo rispetta questo suo vissuto. L’importante è aver aperto la porta, far arrivare un messaggio di disponibilità.

Aprirsi ad altre risorse

Come poc’anzi detto, la “confessione” al genitore è qualcosa di possibile, forse anche salutare, ma non è l’unica soluzione salvifica. In tanti casi l’adolescente non riesce proprio ad aprirsi al genitore su certi argomenti, tuttavia ricevere attenzione, presenza e rispetto dal genitore può talvolta avere effetti straordinari da non sottovalutare. Non è raro che questo sia sufficiente a fermare i comportamenti di cutting, ma non sempre funziona così.

In questo caso diventa chiaro che l’adolescente necessita di strumenti ulteriori per poter affrontare il dolore che prova (qualunque ne sia la natura). È allora il momento di proporre una figura professionale che possa aiutare in questo. Spesso i ragazzi obiettano così: “ma io non vado a raccontare ad un estraneo i fatti miei”. È possibile rassicurarli: il professionista ACT può iniziare ad aiutare anche solo conoscendo “come si sente” la persona, ossia quale tipo di dolore prova, senza la necessità di una esposizione/confessione delle cause del dolore. Stabilito questo contatto, ogni cosa poi verrà da sé.



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